Gran parte degli Stati dell’ONU non ha ordinamenti democratici, secondo gli standard europei. Là dove permangono, le istituzioni democratiche sono sottoposte ad attacchi anche aggressivi, mascherati da tendenze all’adozione di formule più snelle e meno burocratizzate che – viene propagandato – dovrebbero assicurare migliore efficienza (ma in Italia la riduzione dei parlamentari è risultata funzionale e aderente al momento politico che viviamo) e che, comunque, sono spesso assimilabili a improvvisazioni o mutuazioni di altri ordinamenti.
Basterebbero queste semplici considerazioni per essere ansiosi e preoccupati riguardo al futuro della democrazia. E, soprattutto, quando non si ha riguardo o si ignora la storia, verrebbe da citare il titolo di un racconto di Gian Luca Favetto, scrittore, giornalista e drammaturgo torinese: “Se vedi il futuro, digli di non venire”. Se il futuro porta bieca restaurazione meglio che resti tutto a bocce ferme, in pratica. Non è per nulla fantasia temere che i progetti di riforma (non solo in Italia, beninteso) riguardanti le istituzioni democratiche possano portare ad una riesumazione del fascismo o di altre forme di autoritarismo. E il timore non è per nulla infondato, perché l’anti-parlamentarismo sempre più marcato, il depauperamento (o il tentativo di pervenirci) di due delle tre colonne della democrazia, quella legislativa e quella giudiziaria, alimenta le preoccupazioni sul futuro, e anche sul presente, della democrazia, rendendo vane tutte le conquiste degli ultimi due secoli ottenute, soprattutto, dal movimento socialista e da quello cattolico. Oggi assistiamo alla “rieducazione” del popolo, in Italia e in Europa, da parte della destra imperante (ma non dimentichiamo gli Stati Uniti di Trump), alle forme di potere che credevamo appartenessero solo ai Paesi più arretrati e collocati in aree geografiche ad alto rischio.
Quando Bauman definiva “liquida” l’età che stiamo vivendo e rifiutava la definizione di modernità complessa, avvertiva fortemente che era inevitabile che nella modernizzazione convenzionale e ad ogni costo si facesse ricorso a tutto quanto risulta “post”. Oggi infatti siamo tutti post moderni, postcomunisti, postfascisti, non vorremmo andare verso la postdemocrazia. Si parla di democrazia al tramonto, di parlamenti che non avranno più ragione di essere, si tocca con mano l’orientamento all’aggiramento dei principi democratici e delle leggi, in uno stato di diritto. E ciò è allarmante, gravemente inquietante, specie quando la capacità di reagire, al contrario di quanto accadeva fino a qualche decennio fa, è sensibilmente diminuita. Non si può, però, pensare di limitare le libertà, che sono il lato “B”, complementare, della democrazia, così come sta avvenendo, palesemente o subdolamente: la libertà di pensiero, la libertà di stampa, la libertà di religione, in sintesi la libertà politica e quella di agire.
Oggi, in una democrazia reale, appare ineluttabile l’esigenza di conferire ai cittadini potere decisionale su ciò che costituisce le problematiche che li investono, dal welfare alla sanità, dall’istruzione alla ricerca scientifica, dalle fonti energetiche alla tutela dell’ambiente. La democrazia rappresentativa dovrebbe essere superata, permettendo davvero l’appartenenza della sovranità al popolo, come recita la Costituzione. Guardare al passato, ma trarne, quindi, i valori essenziali della democrazia, altrimenti destinata – anche per via della sempre più crescente ingerenza dei media – a non essere più espressione di un suffragio universale. Difatti, una delle possibili cause dell’astensionismo nelle competizioni elettorali, potrebbe essere quella di un elettorato potenziale non adeguatamente informato sulla finanza, sulla politica internazionale, sui flussi migratori, sugli intrecci economici, oppure informato (male) dalla stampa di regime, e ne discende – pertanto – un voto privo di consapevolezza che ingrassa il populismo e le forze fintamente democratiche. Ma, non potendo negare (e se accadesse sarebbe davvero drammatico) il diritto di voto a tutti i cittadini aventi diritto, bisognerà “lavorare” su questi per responsabilizzarli nelle scelte. Non sarebbe, difatti, pensabile il giorno in cui una ristretta minoranza dovesse decidere per tutto il popolo.
Qualche giorno fa, in uno dei tanti spettacoli circensi del governo italiano in carica, la premier ha citato Pericle. Orbene, la tanto decantata democrazia di Pericle era, in realtà, la dominanza di pochi eletti sulla città di Atene, che contava su un’assemblea di 500 membri scelti prevalentemente con criteri censitari e legati ai principi crematistici della ricchezza. Pericle, per la sua personalità dominante, prevaleva su tutti questi rappresentanti, e si era – pertanto – assicurato il potere per molti anni, senza mai vacillare: era una finta democrazia, ovvero una democrazia che aveva “un uomo solo al comando”.
Guardiamo al passato, si, ma traiamone gli esempi più “democratici” e propositivi nell’interesse dei molti e non dei pochi, non attraverso indirizzi e riforme “ad personam” che allontanano sempre di più la gente dalla politica o la fanno entrare nell’ovile di quelle identificabili pecore (nemmeno belanti) dal quale non potrebbero più uscire. Come sappiamo, può essere facile abbattere una vera dittatura, ma è più complesso e difficile eliminare una finta democrazia.

