Se proprio vogliamo usare la (dovuta) chiarezza, nel commentare il disegno di legge n. 1660, cosiddetto DDL Sicurezza, possiamo e dobbiamo dire che in Italia la destra ha introdotto un vero e proprio stato di polizia, al pari di quanto avviene nei Paesi dove è imperante un regime dittatoriale.
Centomila persone hanno percorso le strade della capitale lo scorso 14 dicembre per protestare contro la proposta della maggioranza che, passata alla Camera dei Deputati, attende solo l’imprimatur del Senato per diventare legge dello Stato.
Ovviamente, su questa manifestazione la tv di Stato e molti quotidiani, filogovernativi e non, si sono guardati bene dal fornire informazione. Non si può, anzi, “non se po’”, direbbe la premier: torna alla mente qualche vecchio cartello dell’Enel con l’avvertimento “chi tocca i fili muore”.
Importazione, quindi, del modello ungherese, griffato da quell’Orban tanto caro alla premier e al ministro del ponte, un progetto politico autoritario che reprime il dissenso, la libertà e ogni diritto.
Le manifestazioni proseguiranno nelle prime settimane del 2025 e l’obiettivo è quello di pervenire al ritiro del DDL e all’abrogazione di tutte le norme sulla sicurezza (per come la sicurezza viene intesa dalla destra) attivate dal governo Meloni, con una oggettiva criminalizzazione del dissenso, muovendosi approfittando di una maggioranza schiacciante.
È stato un errore, però, da parte dell’opposizione presente in Parlamento, quello di aver atteso le battute finali di questo disegno di legge depositato ben più di un anno fa, nel novembre del 2023. Il Senato, potremo scommetterci, abbrevierà i tempi della discussione e approverà presto. Rimarrà solo la firma del Presidente della Repubblica, che di sicuro non passerà qualche nottata serena, essendo il garante della Costituzione, carta alla quale il DDL 1660 non pare richiamarsi più di tanto.
Considerata la carente informazione (di regime), è bene sottolineare alcuni punti del DDL:
- Il blocco stradale e quindi gli scioperi diventano reato penale con condanne fino a 2 anni di carcere;
- le proteste in carcere o nei CPR possono essere oggetto di più severe decisioni aventi durata fino a 20 anni, così come chi protesta contro la realizzazione di grandi opere (Ponte sullo Stretto, ad es.);
- la “propaganda” delle lotte politiche e sindacali è punibile fino a 6 anni, essendo considerata “terrorismo della parola”;
- carcere fino a 7 anni per chi occupa una casa sfitta o solidarizza con le occupazioni;
- carcere fino a 15 anni per resistenza attiva e fino a 4 anni per resistenza passiva (nuovo reato, ribattezzato “anti-Ghandi”);
- facoltà per le forze dell’ordine di detenere una seconda arma personale al di fuori di quella di ordinanza e al di fuori del servizio;
- carcere immediato anche per le madri incinte o con figli di età inferiore a un anno;
- divieto per gli immigrati senza permesso di soggiorno dell’uso di telefoni cellulari, con possibilità di acquisto di una SIM solo in presenza di permesso di soggiorno.
Fermiamoci qui. Ma c’è dell’altro, e gli emendamenti possono anche essere “peggiorativi”. La democrazia è messa fortemente in discussione. Lottare non è un optional, diventa un dovere.

