I recenti fatti di Torino hanno riportato alla memoria momenti della storia repubblicana in cui le debolezze o le incapacità dei governi hanno dato luogo a “geniali” tentativi di ricondurre il problema della sicurezza e dell’ordine pubblico alla priorità assoluta.
Il tentativo di instaurare uno stato di polizia scavalcando quello di diritto, o – più ipocritamente – mantenere il giano-bifrontismo secondo le convenienze (al pari di certi garantismi) si è manifestato in più circostanze, anche se mai si è pervenuti alla farsa grottesca seguita alla manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna, con l’accento sulla gravità dei fatti abilmente strumentalizzata dal governo.
Premesso che la violenza è da aborrire a prescindere, la polizia (rispettandola comunque per tutte le altre attività che svolge) non è stata l’unica vittima. Ma dietro questa impennata della maggioranza di destra verso misure più aspre in materia di sicurezza e ordine pubblico c’è una motivazione di natura politica: il governo teme molto il risultato del referendum del 22 marzo sulla separazione delle carriere in magistratura, la cui legge – sottoposta al voto – è un ulteriore tentativo di destabilizzazione della democrazia.
Quando un governo ha difficoltà trova comodo rilanciare il problema dell’ordine pubblico. Accadde negli anni in cui Scelba fu ministro dell’Interno, dalla strage di Portella della Ginestra (1947) sino al 1962, nei tanti governi a guida DC (Pella, Zoli, Segni, Tambroni) ma tenuti in vita anche con l’astensione o l’appoggio esterno del MSI. Scelba (che pure fu promotore della XII disposizione transitoria della Costituzione riguardo alla riorganizzazione del Partito Fascista), è ricordato per la gestione autoritaria della carica e per una linea durissima nei confronti delle opposizioni di sinistra e dei lavoratori, reprimendo le proteste sociali attraverso quella che era all’epoca definita Pubblica Sicurezza.
Tambroni, nel 1960, nominato Presidente del Consiglio, durò in carica pochi mesi: la fiducia al suo governo era stata votata anche dai parlamentari del MSI e creò non pochi problemi in seno alla DC perché i ministri appartenenti alla corrente di sinistra (Bo, Sullo e Pastore), si ritirarono. Il capo del governo dovette dimettersi anche perché oggetto di critiche e accuse di filo-fascismo. Rinominato dal presidente Gronchi, ma sempre con l’appoggio esterno del MSI, dovette affrontare le proteste degli operai della Ansaldo, che trainarono l’opposizione del popolo di Genova contro l’organizzazione nella città del congresso nazionale del MSI, che non si tenne, e Tambroni, a quel punto, bollato dall’opposizione della sinistra (c’erano all’epoca sia la sinistra che l’opposizione!) si dimise senza ulteriore possibilità di appello.
Quando un governo è in difficoltà si arrampica sui vetri. Accadde dopo la strage di Piazza Fontana, negli anni del monocolore DC, quando venne sbattuto in prima pagina il “mostro” Valpreda, con i reali responsabili di destra che vennero “scoperti” dopo e con Pinelli che cadde “casualmente” dalla finestra della Questura di Milano. Accadde negli anni di piombo, quando si vedeva terrorismo ovunque, reale e non, facendo passare per atto terroristico anche la morte di Peppino Impastato mentre collocava tritolo sui binari, e che invece era stato un delitto di mafia. Accadde a Genova, nel 2001, con le manifestazioni contro il G8 guidate dai No Global che contestavano la globalizzazione neoliberista (il capo del governo era Berlusconi), il potere delle multinazionali, le disuguaglianze, il debito dei Paesi poveri, le politiche che contrastavano le migrazioni: la morte di Carlo Giuliani e la guerra alla scuola Diaz era un segno di debolezza, ancora una volta, dei governi, ciechi e sordi, che di welfare e di diritti dei cittadini si ricordavano e si ricordano sempre solo nelle campagne elettorali.
Ma di episodi ce ne sono stati tanti, quelli citati sono tra i più noti. Altri, anche gravi, potrebbero essercene, ma nessuno fermerà i neofascisti protetti che giuridicamente sono da assimilare agli esponenti del centro sociale Askatasuna. Se vincerà il NO al referendum ci saranno dei segnali significativi, inutile sminuirne la portata.
I governi forti con i deboli e deboli con i forti spesso crollano all’improvviso, ovunque nel mondo. Ma mietono vittime usando altre violenze, quelle verbali, però non dialogano con chi non fa parte della combriccola. Il pericolo è proprio questo, così come il pericolo è rappresentato dai cattivi esempi che provengono dagli USA, da Israele e da altre presunte “civiltà”. Un’interpretazione molto personalizzata del motto “Fortiter in re, suaviter in modo” dei gesuiti, che era una regola diplomatica e di condotta e non un accentramento del potere favorito da opposizioni inesistenti.
Frattanto, dall’agenda del governo, chissà per quale motivo (!), è scomparso da tempo il problema della lotta alla mafia, ai mafiosi e alla mafiosità.

