“Zo we zo”, un uomo è un uomo, affermerebbe la genetica se si esprimesse in sango, lingua parlata nel cuore dell’Africa nera in cui circa 200 millenni fa ebbe origine la specie Homo sapiens che in migrazioni successive si è diffusa in tutto il mondo. Unica specie sopravvissuta del genere Homo, l’Homo sapiens, termine ormai in uso al posto di Homo sapiens sapiens che veniva utilizzato per distinguerlo dalle altre specie sapiens, come ad esempio l’uomo di Neanderthal, ha dimostrato di essere in grado, a differenza delle altre specie sapiens, di adattarsi alla varietà delle nicchie ecologiche in cui si è insediato, processo che ha portato a quelle mutazioni, favorite dall’ambiente e introdotte dal caso come il colore della pelle, frutto dell’adattamento biologico ai vari climi, che è stato per lungo tempo erroneamente inteso come segno evidente di una inesistente differenziazione razziale.
La capacità di adattamento all’ambiente sembra avere una base biologica, leggiamo infatti in un articolo pubblicato da Hiroki Tanabe (Università di Nagoya) che il confronto tra le morfologie cerebrali dell’Homo sapiens e dell’uomo di Neanderthal evidenzia che a fronte di una stessa capacità cranica l’Homo sapiens presentava un cervelletto di maggiori dimensioni e quindi, date le sue peculiari funzioni, superiore capacità di processare i segnali linguistici e memorizzarli, aspetto fondamentale delle funzioni cognitive di apprendimento, caratteristiche queste che potrebbero supportare l’ipotesi dell’esistenza di una lingua primigenia che si sarebbe sviluppata in Africa tra i 150 e i 100 millenni fa.
L’ipotesi di una lingua primigenia, supportata da archeologi e linguisti del calibro di Glunn Isaac e Merritt Ruhlen è ancora oggetto di dibattito, come è ancora in discussione l’ipotesi del nostratico, super famiglia linguistica, che comprenderebbe le lingue indoeuropee, euraliche, altaiche, cartveliche, dravidiche, afro-asiatiche e il sumero.
Secondo questa ipotesi poiché la divisione tra le famiglie linguistiche è avvenuta in epoche anteriori allo sviluppo dei sistemi morfologici caratteristici delle lingue che le compongono è
necessaria una reimpostazione di metodi. Dal punto di vista dell’analisi linguistica un tentativo è stato fatto da studiosi russi che hanno messo in luce come sia di capitale importanza operare allo stesso tempo con un gran numero di membri della famiglia. Se due gruppi coincidono nella composizione fonica di una determinata parola, ciò potrebbe essere dovuto alla casualità, ma non è più così se la coincidenza fosse tra quattro, cinque o sei gruppi.
Benché insufficiente dal punto di vista etnico a causa della grande variazione del numero dei parlanti che va da poche migliaia a centinaia di milioni, come ad esempio il Borushaki, lingua parlata nella valle di Hunza, ai piedi della catena montuosa del Karakhoram-Hindukush che non appare imparentata con alcuna altra lingua conosciuta e la famiglia delle lingue indoeuropee parlate da più del 47% della popolazione mondiale, la classificazione linguistica sembra essere il percorso più idoneo per delineare lo sviluppo culturale dell’uomo nella sua realtà locale. D’altra parte, poiché la lingua è espressione significativa della cultura e ne rappresenta il veicolo di trasmissione da una generazione all’altra, la comunanza linguistica implica un minimum abbastanza esteso di comunanza nelle rappresentazioni e nel modo in cui si organizzano, cioè di quei sistemi interpretativi fondanti che, non avendo documenti diretti sulla struttura delle prime società umane, possiamo individuare, come ha osservato Georges Dumézil, nei miti.
Nello studio delle mitologie di tutto il mondo appare subito chiaro che esistono temi, quali la creazione del mondo, il fuoco rubato agli dei, il diluvio distruttore, la vergine madre, l’ aldilà come mondo dei morti, la resurrezione di un uomo-eroe, comuni a tutte le culture. Questi elementi, sovrapposti, mischiati, variati, confrontati fra di loro appaiono sempre uguali, come se nella lontana alba dell’uomo si fossero propagati da un’unica idea ma questa è solo un’ipotesi non pienamente

