Finanche i social, oggi, applicano il metro della censura, misura mortificante della dignità dell’essere umano e della libertà di espressione sancita sia dall’art. 21 della Costituzione della Repubblica Italiana, in particolare dal I° e II° comma («Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione – La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure»), che dall’art. 11 della Carta dei diritti fondamentali della UE («Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera – La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati»), nonché da altri riferimenti internazionali, tra i quali la Costituzione degli Stati Uniti d’America. Naturalmente, nel rispetto delle norme che riguardano la stampa, gli spettacoli e ogni manifestazione contraria al “buon costume”. La censura è atto di limitazione che ben si coniuga con la propaganda, oggi come un secolo fa, ed è ancor più preoccupante perché permette il dilagare delle fake news (o bufale), che invece dovrebbero essere decisamente contrastate. Durante la Grande Guerra il controllo delle notizie mise fine all’informazione libera e i Paesi coinvolti applicarono la censura per impedire alla stampa di diffondere notizie che potessero inficiare l’immagine degli stessi, con l’esaltazione delle vittorie e degli atti di eroismo e il colpevole silenzio sulle carneficine al fronte. Dopo la Marcia su Roma il fascismo impose la censura tra il 1922 e il 1943, controllando la stampa (che già comprendeva all’epoca anche la radio) e sopprimendo la libertà di associazione e di culto, con metodi tipici di uno stato di polizia, attraverso l’OVRA (“Opera Vigilanza Repressione Antifascismo”). Solo chi aveva la tessera del fascio poteva essere iscritto all’Ordine dei Giornalisti e la sospensione o la chiusura di molte testate era legata quasi sempre ad atti intimidatori. I giornali potevano essere pubblicati solo da editori e direttori fedeli al regime. Il fascismo imponeva le notizie da pubblicare e anche le modalità attraverso le quali dovevano essere divulgate. La censura, durante quel periodo, permetteva il controllo dell’opinione pubblica al fine di ottenere o mantenere i consensi, di fornire un’immagine positiva abbattendo qualsiasi critica e opposizione, la “schedatura” degli indesiderati/indesiderabili, primo passo di una mappatura di persone e ideologie che tornò utile in seguito per rappresaglie sia del regime fascista che di quello nazista. Il MinCulPop si attivò per la censura delle parole non italiane (che, guarda caso, oggi si tende a “rispolverare”, è stata una delle prime “sparate” del ministro Sangiuliano) e vennero monitorate le “adunate sediziose” o presunte tali, in ogni caso anche le telefonate divennero oggetto di interruzione e registrazione da parte dei funzionari del regime. Venne proibita la distribuzione di libri aventi per argomento i principi economici e politici del marxismo e scomparvero, sull’onda dei roghi dei libri in Germania nel 1933, presumibilmente bruciati, migliaia e migliaia di testi sulla cultura ebraica, sulla massoneria, sulla filosofia, sul socialismo e sul comunismo.
Censura anche sul teatro, considerato che il governo fascista gestiva le compagnie teatrali e le produzioni cinematografiche. Veniva esercitata attraverso giornalisti fedeli al regime e gerarchi, ma anche grazie a spettatori assoldati. Spesso venivano eliminate battute e scene non gradite, ritenute dannose per l’immagine del Duce e dei suoi accoliti, con i copioni che venivano controllati ben due mesi prima dell’andata in scena delle opere. Lo stesso avveniva per il cinema, del quale il Duce era fermo sostenitore e aveva “creato” Cinecittà per dare lustro alla grandezza dell’Italia nel mondo. Censura anche sulla Shoah, naturalmente, i cui drammi poterono essere testimoniati dai sopravvissuti solo dopo la liberazione dai campi di sterminio. Tuttavia, la censura è attività che è stata e che viene esercitata anche nei regimi democratici, che spesso si appellano al “segreto di Stato” (il caso della strage di Ustica del 1980 è uno dei più eclatanti).
Non bastano le leggi sulla privacy e sui diritti di espressione e informazione. Siamo oggi tutti “schedati”, diciamo la verità, dalle compagnie telefoniche ai social, siamo “schedati” per aver sposato e mantenuto principi ideologici e anche religiosi, anche per frequentazioni occasionali con soggetti “anomali”. Gli algoritmi sono alleati della censura e della disinformazione.
Se un giorno dovessero rastrellare ebrei oggi sarebbe decisamente più facile. D’altronde, anche dopo la caduta del fascismo in Italia vigevano le censure “morali” (o del finto moralismo): ricordiamo i famosi “tagli” alle pellicole che attuava il prete nel film “Nuovo Cinema Paradiso” prima delle proiezioni, così come ricordiamo che finanche alcuni brani musicali vennero banditi dalla radio di Stato (all’epoca c’era solo quella), dalla «troppo sensuale» “Tua” di Jula de Palma (1959) a “Dio è morto” di Guccini e “Io e il Presidente” dei Giganti (entrambi del 1967!), passando per la notissima “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones” (1966), il cui verso “mi han detto: vai nel Vietnam e spara ai Vietcong” provocò interrogazioni parlamentari per via della non condivisione totale, soprattutto da parte dei partiti di sinistra, della politica estera italiana con quella degli Stati Uniti. E poi, nel campo della letteratura, non dimentichiamo che il grande Vitaliano Brancati, nel 1952, scrisse un testo dal titolo “Ritorno alla censura” e che si soffermò sulla “dittatura clericale”, mentre Dario Fo che la Rai fece fuori nel 1962 a causa di un suo intervento alla televisione nel quale parlava di diritti dei lavoratori nei cantieri edili, la censura l’ha sempre “sfidata” per sensibilizzare l’opinione pubblica. La Rai, oggi, è asservita alla destra imperante, sta progressivamente riducendo i programmi culturali orientati al pluralismo e le inchieste-verità per inculcare nei telespettatori presunti altri “valori”.
La destra attuale ripropone, quindi, con mezzi diversi, le attività di regime dei nonni dei loro rappresentanti ma, per volere dei poteri forti amici, riduce le intercettazioni telefoniche (attraverso le quali sono stati individuati criminali e mafiosi) perché rappresentano un costo (versione ufficiale) ma in realtà per coprire collegamenti illegali di più soggetti, istituzioni comprese.
Letterio Licordari

