L’8 e 9 giugno 2025, tutti i cittadini italiani saranno chiamati a votare per i 4 quesiti referendari “sul lavoro” promossi dalla CGIL e pubblicizzati con lo slogan “il voto è la nostra rivolta“.
Una parola d‘ordine non casuale, che richiama le dichiarazioni fatte dal Segretario Generale Maurizio Landini poco prima dello Sciopero Generale del 29 novembre 2024, secondo cui diventava sempre più necessaria una “rivolta sociale”.
In quel momento, CGIL e UIL, convergendo sulla stessa data già scelta da gran parte del sindacalismo di base, tornavano a promuovere uno sciopero generale di tutta la giornata (come non facevano più da svariati anni), con l’obiettivo di contestare la finanziaria del Governo Meloni e l’emergenza salariale che stanno vivendo i lavoratori del nostro paese.
Non dobbiamo dimenticarci che, in quell’occasione, sia la Commissione di Garanzia che il Ministro Salvini intervennero con fermezza, precettando lo sciopero nei trasporti e nel settore sanitario, adducendo il “rischio” di una possibile alta adesione tra i lavoratori.
Il Governo, quindi, in difficoltà perché la giornata di sciopero sarebbe stata un successo, dovette intervenire con un pesante colpo di mano. Nonostante ciò, le varie sigle sindacali, seppur su due piattaforme rivendicative diverse, scesero in piazza in tutto il paese, facendo registrare buoni dati di adesione soprattutto nei settori privati.
Occorre dunque chiedersi perché la CGIL e la UIL abbiano successivamente deciso di NON continuare e di NON cercare di intensificare il percorso di mobilitazione iniziato il 29 novembre scorso.
Eppure, quello che Landini aveva definito il “governo autoritario” della Meloni è rimasto ben saldo in carica, continuando nel suo percorso reazionario con il Decreto Legge sulla sicurezza. La finanziaria che sosteneva ci avrebbe costretto a “sette anni di austerità” è stata approvata. Infine, l’emergenza salariale è continuata imperterrita: secondo gli ultimi dati calcolati dall’OIL, l’Italia risulta il Paese del G20 con la più ampia perdita di potere d’acquisto dal 2008, pari al – 8,7%.
Non dovrebbero essere questi dei motivi sufficienti perché il sindacato continui a mobilitarsi?
A qualcuno verrebbe da dire: siamo in Italia, non siamo mica in Francia dove gli scioperi li fanno sul serio.
È vero, non siamo in Francia. Infatti, in Italia, con l’avvio delle politiche di concertazione sociale negli anni ’80 tra i Governi, le Associazioni Datoriali e CGIL – CISL – UIL, si è progressivamente costruito un ingarbugliatissimo intreccio consociativo tra queste realtà: protocolli concertativi in cui i sindacati accettavano la moderazione dei salari e l’introduzione della precarietà a fronte dell’essere riconosciuti come gli unici interlocutori nelle trattative; lo Stato che subappaltava ai sindacati l’assistenza fiscale, con i cosiddetti CAF, con i cui proventi i sindacati hanno tenuto sino ad oggi in piedi gran parte delle proprie strutture burocratiche; Enti Bilaterali e Fondi speculativi privati sanitari e previdenziali, finanziati con pezzi di salario dei lavoratori e nei cui consigli di amministrazione siedono assieme sindacalisti e imprenditori.
Aprire una vertenza più ampia per cercare di mettere un freno al continuo aumento della precarietà e alla perdita di salario, non sarebbe stato solo contraddittorio rispetto alle pratiche di concertazione sociale con cui CGIL e UIL, negli ultimi 40/50 anni, sono stati anch’essi responsabili dell’emergere dell’attuale emergenza salariale; ma avrebbe significato anche scontrarsi a muso duro con le forze politiche liberiste e con le associazioni datoriali che ne sono stati partner, con anche il rischio di subire contromisure.
Ma ve lo immaginate che cosa significherebbe se lo Stato Italiano decidesse semplicemente di reinternalizzare e di gestire da sé le attività di assistenza fiscale? Significherebbe il crollo economico per la stragrande maggioranza dei sindacati italiani che vivono, quasi interamente, in funzione dei servizi che offrono alla cittadinanza.
Per questo in Francia, in cui i sindacati non sono legati da interessi di natura economica con lo Stato, si sciopera seriamente; mentre in Italia, di quella “rivolta sociale” promessa, è rimasta solo la X da tracciare con una matita su un foglio.
A ciò dobbiamo anche aggiungere che, proprio negli ultimi anni, stiamo assistendo a un evolversi sempre più tumultuoso dello scenario delle relazioni industriali, in cui il senso di insoddisfazione diffuso per la crisi economica delle famiglie dei lavoratori e l’avvento di un governo di destra-destra stanno agendo da accelleranti.
L’alleanza tra CGIL – CISL – UIL, la cosiddetta “Triplice“, sembra essere sempre meno salda e a dimostrarlo ci sono tutti i contratti nazionali “separati“ firmati dalla sola CISL negli ultimi anni (Poste, Funzioni Centrali, Scuola, Sanità Pubblica ecc..) che insieme alle sigle sindacali cosiddette “autonome”, cioè di destra, sta diventando il principale interlocutore del Governo Meloni.
Non a caso, il Governo sta anche sponsorizzando la proposta di legge sulla cogestione della CISL – seppur depotenziandone il testo originale – che ha l’obiettivo di far confondere definitivamente agli occhi dei lavoratori il ruolo del sindacato con gli apparati aziendali.
Dall’altra parte, invece, CGIL e UIL stanno chiedendo, seppur sempre timidamente, una legge sulla rappresentanza sindacale anche nel privato – Bombardeiri si è persino spinto a proporre un Election Day nazionale – con cui eleggere i sindacati legittimati a partecipare alle trattative.
Non sono quindi movimenti da sottovalutare in un sistema del lavoro come il nostro, dove il godimento dei diritti sindacali (rappresentanti e permessi sindacali, assemblea retribuita, affissione in bacheca, diritti di consultazione e informazione ecc.) sono subordinati alla sottoscrizione dei contratti e alla partecipazione alle trattative sulla base delle regole della concertazione sociale: trattative in cui è il datore di lavoro che sceglie i soggetti sindacali che possono parteciparvi.
Essere messi fuori dai tavoli delle trattative, per CGIL e UIL, significherebbe finire nelle stesse condizioni che sino a oggi ha dovuto scontare il sindacalismo di base.
Per tutti questi motivi, il Referendum, diventa quindi uno strumento attraverso il quale affermare la propria esistenza in quello che è un mutato scenario di relazioni tra i sindacati, con il Governo e le Associazioni Datoriali, di sofferenza e insoddisfazione sempre più diffusa tra i lavoratori di fronte alle quali non si può restare fermi, ma, d’altro canto, non si possono neanche disturbare troppo i manovratori e “partner” dei CAF, fondi ed Enti Bilaterali.
D’altra parte, se la rivolta diventa il voto, è evidente che, almeno fino a quel voto, non ci sarà più spazio per nessuna reale mobilitazione generalizzata, e questo è un grande errore.
Delegare il futuro dei lavoratori di questo paese al solo votare “Sì” ai quattro quesiti referendari del prossimo giugno, è pericoloso almeno per due motivi.
Innanzitutto, perché nessun referendum promosso sulla base degli interessi delle classi subalterne si è mai vinto senza una forte mobilitazione ad accompagnarlo per rafforzare la presa di coscienza tra i lavoratori.
In secondo luogo, il referendum è uno strumento rischioso, perché chiama a votare tutti i cittadini, anche quelli non interessati dalle modifiche proposte. Nel corso della storia del nostro paese, infatti, sono stati diversi i referendum persi dalla classe lavoratrice.
Il 9 e 10 giugno del 1985, per esempio, il 54% dei cittadini si esprimeva, grazie al referendum promosso dal PCI, in favore del taglio della Scala Mobile del Governo Craxi.
In quel momento, le aree sindacali dissenzienti con la “politica dei redditi” riunite nei Consigli di Fabbrica “autoconvocati“, sostenevano che il referendum fosse una mossa sbagliata e che bisognasse invece coinvolgere nella decisione soltanto chi era interessato personalmente dal taglio della Scala Mobile, e cioè i lavoratori, tramite la contrattazione. La strada da seguire, quindi, avrebbe dovuto essere quella della ricostruzione di una linea unitaria del sindacato partendo dalle richieste dei CdF autoconvocati. Gli autoconvocati promossero anche una manifestazione nazionale il 24 marzo 1984 a Roma, che venne apertamente osteggiata dai vertici di CISL e UIL mentre la CGIL, lacerata nello scontro tra PSI e PCI, non ebbe il coraggio di dichiarare lo sciopero generale.
Nel 1995 vari quesiti referendari cancellarono invece il pagamento delle deleghe sindacali e modificarono la disciplina per la nomina dei rappresentanti sindacali in azienda, diventando entrambi privilegio esclusivo dei sindacati che firmano i CCNL.
Infine, bisogna considerare anche la sempre più scarsa partecipazione degli elettori, che negli ultimi anni ha portato più referendum a non raggiungere neanche il quorum di validità. Il rischio di un’affluenza “flop”, quindi, è molto probabile.
Premesse tutte queste criticità, occorre anche fare un po’ di chiarezza sui quesiti. È evidente a tutti che, sino a ora, i quattro quesiti non godono di grande appeal tra i lavoratori, e i loro contenuti non sono in questo secondari.
Il primo quesito propone, nelle imprese con più di 15 dipendenti, di abrogare le deboli sanzioni in caso di licenziamento nullo, ingiustificato o illegittimo introdotte dal Governo Renzi con il “Job’s Act” nel 2015 e che si applicano agli assunti successivamente all’8 marzo 2015, per ritornare alla disciplina sanzionatoria che era stata introdotta nel 2012 dal Governo Monti.
Il “Job’s Act”, negli ultimi anni, è già stato riformato da almeno tre sentenze della Corte Costituzionale, reintroducendo una serie di tutele previste nella Fornero.
La “Riforma Fornero” a cui si ritornerebbe con il Referendum, è migliorativa rispetto al Job’s Act ma aveva anch’essa profondamente ridotto le possibilità di reintegro dei lavoratori in caso di licenziamento illegittimo.
Infatti, è bene chiarirlo, il Referendum non propone un ritorno all’originale disciplina reintegratoria forte prevista dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori del 1970, che era ciò che agiva da reale deterrente contro i soprusi delle aziende e verso il cui ripristino dovrebbe invece muoversi il movimento sindacale.
Il secondo quesito propone di eliminare, nelle imprese sotto i 15 dipendenti, i massimali economici di risarcimento in caso di licenziamento ingiustificato (oggi previsti a 6,5 mensilità). Saranno quindi i giudici a dover stabilire l’indennizzo equo per il lavoratore, tenendo conto di: anzianità di servizio, dimensioni aziendali e comportamento delle parti. Ciò però non significa automaticamente che i giudici determineranno indennizzi onerosi per l’azienda condannata: sempre più spesso vediamo tribunali che condannano le aziende a indennizzi minimi, mentre colpiscono i lavoratori con decine di migliaia di euro di spese processuali. Inoltre, il datore di lavoro continuerà comunque ad essere libero di non reintegrare il lavoratore colpito da licenziamento ingiustificato.
Il terzo quesito eliminerebbe il sistema dei contratti a termine “acausali”, disponendo la possibilità di rinnovare i contratti a termine solo nei casi previsti dai CCNL, oppure per sostituzione di altri lavoratori. Due osservazioni: il quesito non interviene in merito alla durata esagerata consentita per rinnovare i contratti precari: infatti le aziende potranno continuare a fare un contratto di assunzione più quattro proroghe, entro un periodo massimo di 2 anni (come previsto dal Decreto Lavoro del Governo Meloni).
La seconda osservazione riguarda le causali per la proroga dei contratti a termine: lasciarne la definizione ai soli CCNL (che sono centinaia) significa differenziare fortemente le discipline tra i lavoratori dei vari settori, creando incertezza. Inoltre, la maggior parte dei CCNL non codifica neanche queste causali, aprendo al rischio che l’azienda le possa individuare autonomamente imponendole al dipendente.
Le causali dovrebbero essere poche, precise e uguali per tutti, ma questo non può essere disposto con un referendum che ha solo funzione abrogativa.
Il quarto quesito, mira a estendere la responsabilità del committente, appaltante lavori o servizi, per i danni derivanti dagli infortuni sul lavoro subìti dai dipendenti dell’appaltatore e di ciascun subappaltatore oltre la quota indennizzata dall’Inail.
Fatte quindi tutte le dovute premesse, è però evidente che boicottare il Referendum non sarebbe la scelta giusta, nonostante gran parte dei quesiti non siano esaltanti.
È necessario andare a votare Sì, perché un pessimo risultato rischierebbe di certificare definitivamente come ordinaria la precarietà nel mondo del lavoro. Aprirebbe altresì la possibilità al Governo di procedere ancor più duramente nei suoi intenti di flessibilizzazione del mercato del lavoro (già iniziati con il Decreto Lavoro del 2023) conscio dell’assenza di una opposizione sociale.
Bisogna fare questo, però, senza cadere in operazioni di “codismo” nei confronti della CGIL, assolvendola dal suo ruolo quarantennale di agente liberista, ma continuando ad avere il coraggio di chiamarla ad assumersi le sue responsabilità.
C’è però un’urgenza, di fronte alla quale non è più possibile coprirsi gli occhi per far finta di non vedere. È evidente che, se anche nel nostro paese si vuole provare a contrastate le tendenze neoliberiste, diventa sempre più necessario ripensare il modello sindacale. Ripensamento che non potrà mai esserci se non viene quantomeno assunto come obiettivo da parte delle forze vicine agli interessi dei lavoratori.
In un mondo del lavoro come il nostro, dilaniato dalla precarietà e dalla frammentazione dei lavoratori, è necessario ripartire da una Legge Democratica sulla Rappresentanza Sindacale e sull’Efficacia dei Contratti che consenta ai lavoratori di eleggere quali sono i sindacati che devono partecipare ai tavoli di trattativa e quali sono quindi le piattaforme rivendicative su cui fare la contrattazione.
È necessario andare verso un modello che favorisca un’idea di sindacato sempre più presente e diffuso nei luoghi di lavoro, inteso come strumento di organizzazione dei lavoratori per andare a contrattare condizioni economiche e normative sempre più avanzate, e non più legato all’idea di semplice erogatore di servizi alla cittadinanza – legato mani e piedi a Governi ed industriali tramite gli accordi sulla concertazione – e partner in fondi ed enti privati con le aziende, che dovrebbero esserne invece la controparte.
Un sindacato che non può limitarsi, con 10 anni di ritardo, a chiedere con un Referendum un timido miglioramento del Job’s Act, ma che partendo dagli interessi materiali dei lavoratori, torni a proporre una piattaforma di lotta per: DIFESA DEL POTERE D’ACQUISTO DEI SALARI (aumenti di 300 € immediati e ripristino della scala mobile); LOTTA CONTRO I LICENZIAMENTI ILLEGITTIMI (cancellazione del Job’s Act e della Riforma Fornero e ripristino dell’originale art. 18); LOTTA ALLA PRECARIETA’ (cancellazione dei contratti precari, internalizzazione degli appalti, ripristino di un reddito minimo garantito); DIFESA DEL WELFARE E RIFIUTO DELLA GUERRA E DELL’ECONOMIA DI GUERRA (no al riarmo europea. Sì agli investimenti in case popolari, scuola, trasporti e sanità pubblica).

