È polemica sulla scelta del governo e di Poste Italiane di dedicare a Marilena Grill, ausiliaria repubblichina sedicenne “uccisa dai partigiani” e “vittima della terribile guerra civile che ha sconvolto l’Italia durante la seconda guerra mondiale”, un francobollo in occasione dell’8 marzo.
Questa “dedica” segue l’emissione dell’affrancatura, in occasione del 140° anniversario della nascita – nel giugno dello scorso anno – di Italo Foschi, squadrista romano citato da Matteotti nel suo ultimo discorso alla Camera dei deputati prima di essere ucciso e secondo più fonti coinvolto nel delitto. Il francobollo dedicato a Giacomo Matteotti, peraltro, era stato emesso a distanza di pochi giorni da quello di Foschi! L’A.N.P.I. ha criticato queste scelte, che per molti versi sono da intendere provocatorie e “rivalse storiche”. E ha persino (amaramente) ironizzato, evidenziando che “per fortuna le lettere non si spediscono più”, mentre a leccare (altro) ora sono in tanti. “Sul fatto in sé, dell’uccisione della giovane sedicenne, la solidarietà deve essere umana, ma non può essere politica, e non mi stupirei se venisse dedicato un francobollo anche al maresciallo Graziani”, afferma Augusto Montaruli (nessuna parentela con la sottosegretaria di Fratelli d’Italia, più nota per le imitazioni dei cani che per le attività parlamentari), presidente della sezione torinese A.N.P.I. intitolata a Nicola Grosa, la figura più popolare e rappresentativa tra i partigiani piemontesi. È chiara la volontà propagandistica (alla “marchesedelgrillo”) della maggioranza parlamentare attuale di proporre fatti e personaggi di un passato del quale non di certo andare fieri, perpetuando una sorta di controinformazione (un po’ come accade da un po’ di tempo da parte del neo-borbonismo) che trova appigli solo nel voler controbilanciare, equiparandoli, fatti della storia inoppugnabili. Sempre per l’8 marzo (Giornata Internazionale della Donna, che il fascismo aveva vietato!), difatti, è stato emesso un altro francobollo, dedicato alla partigiana Marisa Rodano nata Cinciari, dirigente dell’UDI e dei movimenti delle donne, nonché parlamentare italiana ed europea. L’A.N.P.I. evidenzia: “Il richiamo delle origini continua a essere forte come i tentativi di strampalate equiparazioni tra figure che hanno ricostruito la storia sociale, culturale e politica dell’Italia dalle macerie del fascismo e vittime di una ideologia mercenaria. Per questo condividiamo la richiesta della famiglia Rodano di dissociarsi da tale pubblicazione”.
Pensiamo a quanto accade per le foibe (parlando e scrivendo senza cognizione delle cause che determinano gli effetti), solo per dire che dall’altra parte c’erano i campi di sterminio e mettendo tutto sullo stesso livello storico. Brucia, però, al governo, e ai nipoti dei gerarchi che furono, quanto accaduto proprio a Salò, appena pochi giorni fa, il 26 febbraio. A Salò la storia ha chiuso i conti con il passato: Benito Mussolini non è più cittadino onorario della capitale di quella Repubblica dove aveva sede il suo disperato governo, dopo che i nazisti lo avevano scaricato. La revoca della cittadinanza “onoraria” è un passaggio che non merita ulteriori parole, giustificazioni né, tantomeno, pregiudizi, è questo il senso della delibera del Consiglio Comunale (con 12 voti a favore della mozione presentata dal consigliere Evoli, area centrosinistra, 3 contrari e un astenuto). Il giovane sindaco Francesco Cagnini ha precisato: “Potevamo portare il caso in aula per il 25 aprile, ma abbiamo anticipato i tempi. Le idee rappresentate dalla cittadinanza onoraria a Mussolini non hanno più spazio nell’Italia e nella Salò di oggi. Alla luce dei valori costituzionali e democratici che, come amministratori, siamo chiamati a rappresentare, il Duce non merita alcuna onorificenza dal Comune”. E nelle realtà italiane, da più anni, si discute sulla permanenza delle intitolazioni di edifici pubblici, vie, piazze, a esponenti di quel tragico ventennio. Dal Trentino alla Sicilia, oltre ai re (codardi e meno codardi), ai fucilatori, ai gerarchi, ne risultano anche in testa a molti esponenti “dietro le quinte” del fascismo e della sua “filosofia”. La normativa di base, ancora oggi (fatte salve modeste modifiche riguardanti soprattutto i nulla osta dei Prefetti e i pareri degli organi consultivi storici, in primis la Deputazione di Storia Patria), è costituita da una legge fascista (la n. 1188 del 23 giugno 1927), ed è per questo motivo che non c’è un comune in Italia che non abbia intitolato vie o edifici a esponenti del fascismo, anche se non mancano i successivi riferimenti ai padri della Costituente e ai personaggi della politica e della cultura dal dopoguerra in poi. Un po’ più macchinosa la modifica delle intitolazioni.
Tornando ai personaggi del fascismo o vicini al fascismo, ha fatto discutere, qualche anno fa, la statua in bronzo dello scultore Vito Tongiani dedicata a Indro Montanelli, a Milano, nei pressi di Corso Venezia. Montanelli, giornalista tra i più autorevoli del secolo scorso, come si sa, venne gambizzato dalle Br nel 1977, ma le polemiche e le richieste di rimozione si riferivano al Montanelli “razzista e stupratore”, avendo “comprato” una ragazzina eritrea di 12 anni per stabilire rapporti sessuali quando era soldato in Etiopia negli anni trenta. Al riguardo, lo storico Enrico Esposito aveva scritto nel 2020: “La statua a Montanelli è una delle tante statue al disonore d’Italia. Negarlo o trovare giustificazioni ad ogni costo è un imbarazzante sintomo del clima parafascista che affligge l’Italia di questi giorni. Va però precisato che il disonore non è del dedicatario della statua, di Montanelli, ma di chi ha deciso di erigere quel manufatto e di esporlo in quel posto della città. Lo stesso Montanelli, se avesse potuto, avrebbe sconsigliato quella scelta. Il giornalista infatti a chi gli chiese, in un’intervista, che cosa avrebbe voluto che si scrivesse sulla lapide della sua tomba rispose: «Qui riposa Indro Montanelli: era ora!» Tutto qui, ma una statua l’avrebbe giudicata eccessiva, se non proprio immeritata. Ma avrebbe riso di gusto anche al giustificazionismo che prevale nei giudizi di queste ore, cui non sfugge neanche qualche storico di successo. Erano tempi di razzismo quelli che visse il famoso giornalista, si dice. Tutti facevano come lui. Che male c’era se era razzista dichiarato e consapevole, ad appena 26 anni d’età? Non c’è ipocrisia maggiore di questa, con l’aggravante di una malcelata malafede. Non è vero che tutti erano razzisti, come non è vero che nessuno si oppose al colonialismo fascista. Tanto meno è vero che nessuno si oppose al fascismo. Quando Montanelli si recò volentieri ed entusiasta a piantare lo Stivale nell’Africa orientale erano passati solo dieci anni da quando erano morti Piero Gobetti e Giovanni Amendola, vittime entrambi dei manganellatori in camicia nera, mentre i fratelli Rosselli stavano per fare la stessa fine ad opera dei fascisti in Francia. Scegliere di dedicare una statua ad uno piuttosto che ad altri non è una scelta neutra, è invece un’innegabile adesione postuma a una data ideologia, quella fascista, liberticida e razzista. Non tutti si adeguarono e tanti sacrificarono la vita pur di non piegarsi alla dittatura dominante. Erano i tempi che erano anche quelli, ma ci fu chi non mise sotto i piedi la dignità e il decoro e chi sguazzò in quella palude maleodorante del conformismo e dell’arrivismo. Perché negarlo? Perché osannare chi si adeguò o si sottomise volontariamente con una statua o anche solo con l’intitolazione di una strada o di una via o di un vicolo? Ma forse la statua a Montanelli vuole ricordare lo storico soltanto o tutt’al più il grande giornalista. Anche questa è una spiegazione poco convincente. In una conferenza al Circolo della Stampa di Firenze del 1974, un valente avvocato di origini calabresi così disse al celebrato storico: «Montanelli, lei come storico ha solo dimostrato di essere un giornalista e basta!» Ma che fare di quella statua? Lasciatela dov’è, a perenne ricordo di un disonore purtroppo ancora vivo.”
Sull’intitolazione dell’aeroporto di Milano a Berlusconi ci sarebbero dei tomi da scrivere, ma non bisogna approfittare del tempo e della pazienza dei lettori.

