Prendete la realtà quotidiana -frutto delle decisioni dei potentati economici e del potere politico asservitosi a quelli da qualche decennio-, copritela con un routinario e multicentrico velo narrativo di tipo opposto e vi ritrovate un’opinione pubblica imbottita di una realtà virtuale capovolta, ma spacciata per vera. L’opinione pubblica così colonizzata, manipolata, creata come da programma è vittima di un’asimmetria cognitiva (perché nutrita con una massiccia disinformazione) che non ha nulla a che fare con i meriti e i demeriti di cui parlano le élite e i loro cortigiani. Il demos è semplicemente vittima del “potere”. Si irrita, mugugna e talvolta protesta sotto i morsi delle difficoltà della vita reale, ma -in buona parte- è privo di un adeguato bagaglio esplicativo delle dinamiche economico-politiche a cui è costretto a sottostare. In buona misura pensa -ed elettoralmente agisce- con le “rappresentazioni” che sono state propalate per controllarlo e dirigerlo. È il capolavoro del domino neoliberista sui mass media e sulla società. Squarciando quel velo, si trova la seguente realtà effettiva.
È assodato che fossero democrazie i sistemi politici sorti nell’Europa occidentale dopo il secondo conflitto mondiale. Hanno avuto la durata di un trentennio (i “Trenta gloriosi” o “Età dell’oro”: 1945-1973 o, a seconda dei punti di riferimento, 1947-1979). Sono stati infatti sovvertiti dai successivi “anni pietosi”, ossia quelli della controrivoluzione neoliberista, che aveva l’obiettivo di “svuotare” la democrazia. L’obiettivo è stato conseguito in pieno. Infatti, alle politiche che un tempo erano finalizzate agli interessi generali sono subentrate quelle pro élite e anti demos. Si è passati da una virtuosa distribuzione tra tutte le classi sociali (a diversi livelli) della ricchezza annualmente prodotta a una distribuzione alla rovescia, ossia dal basso verso l’alto, con un’ipertrofica concentrazione di potere d’acquisto in alto e una galoppante accentuazione delle disuguaglianze.
Come è stato possibile? Come da programma (neoliberista), gli Stati democratici sono stati sfrondati dei loro patrimoni industriali e bancari e di poteri e funzioni (privatizzazione/svendita di presenze produttive a carattere strategico, privatizzazione di banche pubbliche, trasformazione delle banche centrali funzionali agli interessi della società in banche centrali “indipendenti” dai governi per essere alle dipendenze della finanza internazionale, eliminazione della programmazione economica, perdita delle funzioni monetarie, ecc.). La ratio di tutto ciò è la seguente: le democrazie di un tempo sono state trasformate, nella sostanza, in redivivi Stati liberali camuffati da democratici (dunque, Stati al servizio di una sola classe e conseguentemente contro tutte le altre). Oggi abbiamo pertanto non più Stati democratici, bensì sistemi oligarchici. Ma il pensiero unico lo nega. Non si deve dire. Le élite non vogliono e i cortigiani obbediscono.
Quale sia l‘idea di democrazia coltivata dalle élite viene messo nero su bianco, pur se con qualche velo analitico-giustificativo da noi tralasciato, dalla Trilateral Commission (uno dei “pensatoi” dei poteri economici) mediante una pubblicazione dal titolo La crisi della democrazia (1975): «Il funzionamento efficace d’un sistema politico democratico richiede, in genere, una certa dose di apatia e disimpegno da parte di certi individui e gruppi. In passato, ogni società democratica ha avuto una popolazione marginale, di dimensioni più o meno grandi, che non ha partecipato attivamente alla politica. In sé, questa marginalità da parte di alcuni gruppi è intrinsecamente antidemocratica, ma ha anche costituito uno dei fattori che hanno consentito alla democrazia di funzionare efficacemente. I gruppi sociali marginali, ad esempio i negri, partecipano ora pienamente al sistema politico». Con quali conseguenze? Con «il pericolo di sovraccaricare il sistema politico con richieste che ne allargano le funzioni e ne scalzano l’autorità». Per il bene della “democrazia”, insomma, i gruppi “marginali” devono rinunciare a reclamare diritti e uguaglianza in misura paritetica ai vari marchesi del Grillo che controllano il mondo. Se questi gruppi si attivano, aggiungendo le loro “richieste” a quelle di chi già beneficia dei frutti del “sistema”, la democrazia si ammala e va verso la perdizione. Essa va infatti verso il «suicidio» per «eccessiva indulgenza» quando offre i propri frutti a tutti e con ciò crea le premesse per una crescita di “richieste”, di partecipazione, di uguaglianza generalizzata. Il concetto viene esplicitato e suona così: «la vulnerabilità del sistema democratico statunitense […] deriva principalmente […] dalla dinamica interna della stessa democrazia in una società altamente istruita, mobilitata e partecipe». In definitiva, troppa democrazia fa male, perché innesca una «dinamica interna» che porta alla crescita della partecipazione politica dei cittadini, a un conseguente aumento di “richieste” alle istituzioni e a un esito nefasto: le élite si trovano costrette a condividere risorse e potere.
Per la Trilateral aveva torto Al Smith (1873-1944, governatore dello Stato di New York, candidato democratico alle presidenziali del 1928) quando affermò che «l’unica cura per i mali della democrazia è una maggiore democrazia». Per i Nostri, grandi samaritani e amanti del sistema democratico, sarebbe vero il contrario. Ci illuminano, infatti, su quanto segue: «Dalla nostra analisi traspare che l’applicazione di questa cura oggi equivarrebbe ad aggiungere esca al fuoco». Ne consegue che i mali della democrazia si curano con meno democrazia (ecco perché la svuotano da qualche decennio in qua). Se a prima vista la cosa ci lascia perplessi, non mancano di calare la carta vincente, l’argomento-principe che discende del tutto logicamente dalle loro premesse: «non è detto che un valore che sia normalmente buono in se stesso venga ottimizzato allorché venga massimizzato». Meno democrazia è quindi bene e più democrazia è male. E con ciò santificano in anticipo -perché figlie di un’unica e non recente matrice- tutte le politiche neoliberiste degli ultimi quattro decenni: la democrazia piena per tutti è un male, mentre la democrazia piena per alcuni e formale per gli altri è un bene (ciò varrebbe non solo in alcuni specifici settori sociali, bensì in generale, in ambito politico). Il piano inclinato su cui viene svolto il discorso, sommamente ideologico, conduce a una conclusione generale -che esula, come già detto, da questo o quel settore strettamente tecnico-: ci sono «limiti potenzialmente auspicabili all’ampliamento della democrazia» (pp. 108-110). In definitiva, per il migliore dei mondi possibili, è sufficiente che ci sia democrazia solo per alcuni.
Il ragionamento della Trilateral è, con tutta evidenza, il punto di vista dei “garantiti”, di chi sta “dentro” le garanzie sociali di ogni genere, potendo godere pienamente di liberà politiche e civili, di redditi abbondanti, di sicurezze esistenziali, di potere in ogni senso. Non è certamente il punto di vista degli “esclusi” o non sufficientemente inclusi (che peraltro sono tali a causa delle dinamiche del potere, non già per la storiella dei meriti e dei demeriti). Quello che hanno in mente i soci della Trilateral non è dunque un sistema politico pensato per il popolo nel suo complesso. Ci troviamo, è evidente, di fronte al modello monoclasse dello Stato liberale, costruito dalla classe abbiente per se stessa, efficacemente definito da Domenico Losurdo come “democrazia per il popolo dei signori” (Controstoria del liberalismo).

