Continuiamo a parlare del 25 aprile, rammentando la nota citazione di Piero Calamandrei (“Ora e sempre Resistenza”), perché mai – come in questi quasi due anni di governo della destra – determinati valori, “distinguo” e richiami alla memoria meritano momenti di riflessione, da ritenere propedeutici alla ripresa di azioni mirate a riportare il popolo “alla ragione”. Non si può negare quanto prevalgano oggi autoritarismo, negazionismo e indifferenza, fattori che assumono valenza di pericolosità, se consideriamo che dall’8 settembre del ’43 al 25 aprile del ’45, ma anche prima e dopo il periodo della Resistenza, per ricostruire un Paese libero e in pace ci sono stati coloro che hanno lottato per la democrazia, la giustizia, la libertà, consegnandoci valori da tramandare alle generazioni future. Non è retorica, è storia. Nessuno dimentichi che i crimini del nazifascismo sono stati unici, non paragonabili a nessun altro atto di violenza e prevaricazione nel mondo, nei secoli precedenti e anche oggi, con i pur sanguinosi conflitti tra Ucraina e Russia e con l’eterna guerra tra Israele e i palestinesi.
Oggi che la destra è al potere esprimendo personaggi (è giusto dirlo) ben lontani dallo spessore di un D’Annunzio, di un Pavolini, di un Farinacci, di un Grandi, l’obiettivo si concentra sull’equiparazione tra nazifascismo e comunismo, tentativo già attuato quando i componenti del nuovo Gran Consiglio erano all’opposizione, ma che grazie al potere dei media (tv di Stato divenuta di regime) penetra sempre più sotto la pelle dei cittadini. Tuttavia, determinati comportamenti del gotha politico e istituzionale della maggioranza, permeato di pavidità, o meglio, di viltà, spesso passano giocoforza inosservati. Il presidente del Senato lo scorso anno proprio il 25 aprile andò a Praga per ricordare Jan Palach (il cui anniversario della morte è però il 16 gennaio), quest’anno la premier il 28 maggio ha disertato Piazza della Loggia a Brescia (dove i fascisti uccisero 8 manifestanti) nella ricorrenza del 50° anniversario della strage, per andare all’inaugurazione di un centro sportivo a Caivano dando luogo a un siparietto indegno della carica ricoperta, con il presidente della Regione Campania, De Luca, notoriamente altro showman della politica italiana, a pochi giorni dalle elezioni per le europee. Però, finalmente, è uscito dalla bocca della premier il termine “fascisti”, per dire che furono loro a far fuori, cento anni fa, Matteotti, con in testa il Duce. Ma una rondine sola, si sa, non fa primavera.
Equiparare comunismo e nazifascismo è sicuramente demenziale. I comunisti russi andarono a liberare Auschwitz e non a portare legname per alimentare i forni nei quali venivano bruciati gli internati. In Italia i comunisti, assieme ai socialisti e ai cattolici, portarono avanti la Resistenza e ci hanno permesso di riottenere la dignità di esseri umani. E poi l’interpretazione provocatoria della Costituzione, che è di per sé una carta “antifascista” dal primo all’ultimo articolo, con i vari tentativi, o con iniziative già avviate, di rilevanti modifiche (il presidenzialismo e la riforma della giustizia con divisione delle carriere dei magistrati, ad esempio).
Malgrado guasti della storia del primo dopoguerra che hanno visto – paradossalmente – esponenti della Resistenza processati ed ex-gerarchi fascisti assorbiti nelle istituzioni democratiche, la Costituzione vieta la reiterazione del partito fascista ma non certo quella del partito comunista o del partito socialista o dei movimenti popolari cattolici, e c’è stata, per eccesso di democrazia (ricordiamo la precisazione che Vittorio Foa fece al missino Giorgio Pisanò “…abbiamo vinto noi e tu sei potuto diventare senatore, avessi vinto tu io sarei ancora in carcere…”), troppa tolleranza nel permettere la formazione di movimenti sottotraccia come Casa Pound o Forza Nuova (ammessi finanche nelle competizioni elettorali) di fanatici del Duce e del dittatore nazista che piangeva per la morte del suo canarino, ma che faceva ammazzare ebrei, dissidenti, omosessuali, massoni, dopo averli torturati e ridotti a scheletri viventi.
Non possiamo tollerare il disprezzo che emerge da alcune esternazioni di esponenti del governo (è ancora nelle nostre orecchie quello riguardante gli immigrati, definiti “carico residuale”), né possiamo pensare che una democrazia matura possa essere identificata in nuove forme di dittatura “soft”. C’è un dovere civico, un impegno per evitare che valori importanti vengano sminuiti o ricusati o fortemente ridimensionati, c’è il dovere di ricordare chi ci ha permesso di lasciarci indietro sofferenze e disumanità, di far riaccendere non solo le luci dei lampioni senza il coprifuoco, ma anche quelle della speranza per un Paese con macerie oggettive e nel cuore della gente. Un passato tragico deve costituire esercizio di memoria e non un pretesto per farlo cadere nell’oblio: Primo Levi ha asserito che “tutti coloro che dimenticano il loro passato sono condannati a riviverlo“. Ecco perché la Resistenza deve continuare, anche contro l’indifferenza.

